Catania Ispettoria

E’ tempo di semina!

Riflessione di Avvento del Sig. Ispettore don Giuseppe Ruta

D.– Papa Francesco è anche il Papa che vive ed esercita il suo magistero nel mondo digitale, nel mondo della velocità, della brevità, che non corrisponde per forza alla superficialità. In questo senso quale frase del Papa sceglierebbe per condensare in poche parole il senso del suo pontificato?

R.– Sì, con Francesco anche la parola breve può avere una grande densità di significato e anche qui, però, il Papa non è un Papa di parole isolate o isolabili o di frasi ad effetto. Dovendo proprio scegliere una frase io rimango colpito da una sua espressione che in realtà ripete da molto tempo, da prima della sua elezione, cioè che “il tempo è superiore allo spazio”, che è un’espressione estremamente breve ma che dice il significato del suo pontificato perché il pontificato di Francesco non è un pontificato di soli frutti. I frutti verranno, stanno arrivando, stanno crescendo e maturando, ma è un pontificato di semi. Il Papa sta seminando e bisogna quindi maturare la qualità del seme che viene messa. Allora, dire che “il tempo è superiore allo spazio” significa che bisogna lasciare il tempo a processi; che i processi vadano avanti e che poi siano questi a determinare i grandi cambiamenti nella vita della Chiesa, anche alla luce delle esigenze del mondo.

 

All’inizio dell’anno educativo-pastorale, vi ho proposto l’accostamento di una breve pericope del Vangelo secondo Marco con il celebre quadro Il seminatore al tramonto (1888, Kröller-Müller Museum di Otterlo, Olanda) di Vincent Van Gogh (1853-1890).

Vi invitavo ad ammirare, con gli occhi e con la mente aperta, la celebre opera del pittore olandese sullo sfondo di una messe che biondeggia e nello stesso tempo ad ascoltare, con le orecchie e soprattutto con il cuore libero da ogni resistenza e pregiudizio, la “lieta notizia” che risuona per tutti:

 

«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga…» (Mc 4,26-28).

 

Van Gogh con il suo dipinto coniuga insieme la semina e la mietitura del grano, raffigurando al centro il sole che rende possibile il miracolo del rifiorire della natura. A commento possono essere richiamate le parole di Gesù: «Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica» (Gv 4, 34-38).

L’espressione di Gesù riprende diversi passi dell’Antico Testamento e trae spunto da detti popolari, come “chi semina s’incontrerà con chi miete”, per esprimere l’assoluto del Regno di Dio, rispetto alla “relatività” (nel senso positivo di riferimento a…) delle mediazioni (cfr. 1Cor 3,4-9). Paolo VI, un anno prima di Gaudete in Domino e di Evangelii nuntiandi e anticipando profeticamente il «Duc in altum» di Giovanni Paolo II in Novo millennio ineunte (nn. 1, 15, 38, 58-59) affermava: «Occorre trovare la giusta via in un terreno quasi sconosciuto, lavorando con tanti sacrifici, e forse senza avere la soddisfazione di vederne i frutti immediati. È proprio il caso di dire: “Altri è chi semina, altri è chi miete” (Gv 4, 37). Ma questo non deve scoraggiarvi. Il Signore vi aiuterà, come aiutò gli Apostoli quando, dopo aver faticato inutilmente tutta la notte, gettarono la rete fidando nella parola del Divino Maestro – in verbo tuo, come disse San Pietro – ed ottennero la pesca miracolosa. La nostra fiducia è Cristo; Egli a suo tempo saprà far maturare i frutti» (Paolo VI, Discorso alla III Congregazione Plenaria del Segretariato per i non Credenti, Venerdì 15 marzo 1974).

Ritornando al dipinto, il seminatore si staglia a destra di colui che osserva e sparge a piene mani la semente, quasi lasciandosi alle spalle il campo pieno di gialle spighe. A lui basta seminare, qualcuno dopo di lui raccoglierà…

Ci si può domandare guardando l’orizzonte nascosto dalla messe: fa riferimento al passato o al futuro? Ognuno può dare una risposta e motivarla secondo lo stato d’animo che vive e secondo la fase della vita che attraversa.

La terra dove cade il seme ha i colori del cielo, segno e auspicio di fecondità e di rinascita, quasi a dire all’uomo spetta seminare, solo a Dio far crescere. Tra l’autunno e l’estate, tra la semina e la raccolta, si consuma il riposo e l’attesa dell’umanità, insieme alla silenziosa e umile intraprendenza di quel Dio che agisce con sorprendente naturalezza.  Si coglie così l’adventus, l’evento della venuta, l’incontro con ciò che avviene, l’impatto graduale e determinante con “Colui che viene” e con il «sole che sorge dall’alto» (Lc 1,78; cfr. Mt 2,2; Nm 24,17; Ml 3,20; Ger 23,5; Zc 3,8; 6,12). Possiamo rintracciare nei due testi, quello narrativo evangelico e quello pittorico, riconducendoli in un’unica icona, il senso del tempo che viviamo, del tempo liturgico dell’Avvento, in contrappunto con la mentalità odierna dell’istantaneità forzata che non tollera la pazienza (siamo succubi del “tutto e subito” e dell’“usa e getta”) e della sterile ripetitività che si ostina alle varie forme compulsive e non accetta la novità che irrompe nella vita e nella storia (siamo paralizzati dal “si è fatto sempre così”: EG 33).

Ad una generazione, come è la nostra, che pretende i frutti e va in cerca di facili risultati, siamo chiamati a testimoniare la pazienza dell’agricoltore, il senso dell’attesa, superando ogni indolenza e sonnolenza, come anche ogni forma di ansia spasmodica di ottenere immediatamente quanto si desidera. Così esorta san Giacomo nella sua lettera: «Siate dunque costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore» (Gc 5,7-10).

 

 

  • Non ci stanchiamo di seminare!

 

 

Non si può raccogliere senza seminare. «Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto» (Carlo Maria Martini). Siamo sollecitati da Papa Francesco a recuperare e accrescere il fervore della semina, «la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime […] Possa il mondo del nostro tempo – che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo» (EG 10). Si sente l’eco del Salmo 125 nelle parole del Santo Padre: «Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni» (Sal 125,5-6). Quasi a dire che si può piangere in questa “valle di lacrime” ma anche di gioia: le stesse lacrime possono essere espressione di un pianto che nasce dalla passione come desiderio, si sostanzia nella passione che si fa sacrificio e dono di sé, come afferma lo stesso Gesù nel quarto vangelo: «La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16,21). È anche Paolo ad incoraggiare nella semina alla tenacia e alla generosità: «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà; chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2Cor 9,6). E ancora: «Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede» (Gal 6, 7-10).

Come raccogliamo quanto altri prima di noi hanno seminato, così anche noi con generosità e audacia seminiamo a piene mani. Il magistero di Papa Francesco nella sua interezza è riassumibile nell’espressione: «Seminare pace intorno a noi, questo è santità» (Gaudete et exultate, 89). «Anche questa è misericordia: seminare bellezza e allegria in un mondo a volte cupo e triste» (Udienza del 16 giugno 2016). Siamo, per vocazione e non per nostra bravura o intraprendenza, continua il Papa, «seminatori di speranza. Un cristiano può seminare amarezze, può seminare perplessità, e questo non è cristiano, e tu, se fai questo, non sei un buon cristiano. Semina speranza: semina olio di speranza, semina profumo di speranza e non aceto di amarezza e di dis-speranza» (Udienza del mercoledì 31 maggio 2017).

Il terreno preferenziale della semina da parte dell’intera Chiesa e dei pastori «sono soprattutto i poveri, gli esclusi, i non amati»: sono essi «ad avere bisogno di qualcuno che si faccia per loro “paraclito”, cioè consolatore e difensore, come lo Spirito Santo si fa per ognuno di noi, che stiamo qui in Piazza, consolatore e difensore. Noi dobbiamo fare lo stesso per i più bisognosi, per i più scartati, per quelli che hanno più bisogno, quelli che soffrono di più. Difensori e consolatori» (Udienza del mercoledì 31 maggio 2017). Siamo chiamati tutti alla difesa della giustizia che previene, alla purificazione che risana, al servizio umile e generoso della consolazione e della speranza.

 

 

  • Siamo terreno prima di essere seminatori

 

 

Prima di essere chiamati a seminare, ad essere seminatori, noi siamo terreno di semina, perché la Parola del Vangelo viene gettata quotidianamente nei nostri cuori (cfr. Mt 13,18-23). Le resistenze che oppongono i giovani e gli adulti, sono anche le nostre opposizioni ad accogliere in profondità il seme. Prima che evangelizzatrice, la Chiesa è evangelizzata e mentre evangelizza i popoli continua ad essere alimentata e resa feconda dal seme della “lieta notizia”. Forte e impellente è l’esortazione di Papa Francesco ai giovani, che sentiamo rivolta anche all’intera comunità ecclesiale e a tutti i cristiani, compresi i consacrati: «Per favore, lasciate che Cristo e la sua Parola entrino nella vostra vita, lasciate entrare la semente della Parola di Dio, lasciate che germogli, lasciate che cresca. Dio fa tutto, ma voi lasciatelo agire, lasciate che Lui lavori in questa crescita! […] Dite a Gesù: guarda, Gesù, le pietre che ci sono, guarda le spine, guarda le erbacce, ma guarda questo piccolo pezzo di terra che ti offro perché entri la semente. In silenzio, lasciamo entrare la semente di Gesù. Ricordatevi di questo momento, ognuno sa il nome della semente che è entrata. Lasciatela crescere, e Dio ne avrà cura» (Discorso a Copacabana, Rio de Janeiro, 7 luglio 2013).

È anche rincuorante sapere nella missione che si è stati preceduti nella semina dallo Spirito Santo che prepara il terreno: «Il sostrato cristiano di alcuni popoli – soprattutto occidentali – è una realtà viva. Qui troviamo, specialmente tra i più bisognosi, una riserva morale che custodisce valori di autentico umanesimo cristiano. Uno sguardo di fede sulla realtà non può dimenticare di riconoscere ciò che semina lo Spirito Santo. Significherebbe non avere fiducia nella sua azione libera e generosa pensare che non ci sono autentici valori cristiani là dove una gran parte della popolazione ha ricevuto il Battesimo ed esprime la sua fede e la sua solidarietà fraterna in molteplici modi. Qui bisogna riconoscere molto più che dei “semi del Verbo”, poiché si tratta di un’autentica fede cattolica con modalità proprie di espressione e di appartenenza alla Chiesa. Non è bene ignorare la decisiva importanza che riveste una cultura segnata dalla fede, perché questa cultura evangelizzata, al di là dei suoi limiti, ha molte più risorse di una semplice somma di credenti posti dinanzi agli attacchi del secolarismo attuale. Una cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente, e possiede una sapienza peculiare che bisogna saper riconoscere con uno sguardo colmo di gratitudine» (EG 68). I semina Verbi sono sparsi un po’ dappertutto in questo nostro mondo e in quelle culture, come quella musulmana con cui entriamo in contatto in Sicilia ma soprattutto in Tunisia.

Noi non siamo semplici destinatari della missione evangelica, ma soggetti attivi che riceviamo e diamo energia per la salvezza del mondo. Il Papa ci invita a riconoscere noi stessi come «marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare» e di decidersi di essere nel profondo dell’animo «con gli altri e per gli altri» (cfr. EG 273).

 

 

  • Chiamati ad andare oltre: non padroni ma servi della “gioia” degli altri

 

 

Una tentazione forte è quella di seminare poco e fissarsi in un luogo, attendendo di raccogliere il frutto delle nostre fatiche e di avere un immediato ricavo di soddisfazioni. Nel segno di Abramo, di Mosè e del Cristo, siamo invece invitati ad andare oltre, al di là di quanto facciamo e di dove siamo, superando varie fissazioni e la stagnazione spirituale e pastorale, in cui possiamo incappare in una determinata fase della nostra vita: «Questa gioia è un segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre. Il Signore dice: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!” (Mc 1,38). Quando la semente è stata seminata in un luogo, non si trattiene più là per spiegare meglio o per fare segni ulteriori, bensì lo Spirito lo conduce a partire verso altri villaggi» (EG 21).

Questo movimento ha dell’inedito e dell’imprevedibile, esige di affidarsi completamente all’energia della rivelazione di Dio che trascende ogni sforzo umano e caparbietà di non fallire il risultato: «La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr. Mc 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi» (EG 22).

Tra le parabole evangeliche riguardanti la semina, c’è quella un po’ inquietante della zizzania che ci invita a riflettere sugli esiti della semina che non corrispondono all’attesa di Dio e degli uomini di Dio. Su questo punto ho già invitato a riflettere e a verificarsi (cfr. Lettera del 24 febbraio 2018), a cui rinvio. Così il Papa: «La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi» (EG 24).

 

Conclusione

A Maria umile ancella e signora della semina, Novella Rut, spigolatrice del futuro, immagine della Chiesa “piccolo gregge” e “seme del Regno”, affidiamo la nostra vita perché sia terreno accogliente e il nostro impegno perché possiamo spargere a piene mani il seme del Vangelo, perché condividiamo insieme ai nostri collaboratori e giovani quello che siamo essenzialmente in questo mondo: missione per la vita degli altri (EG 273, 2, 80, 179).

Concludo con una Poesia intitolata Salmodia di David Maria Turoldo (1916-1992):

 

La terra è intrisa di pianto.
Sono le lacrime nostre
la rugiada della terra.

Il melograno è già fiorito:
il mattino riprende carne
nelle dolci fragole.

Per me invece tutte le stagioni
stillano l’amara pece dei pioppi
troppo colpiti dalla bufera.

Il sole è vino per la lucertola,
ubriaca se ne sta tutto il giorno
sulla pietra ― sola paura
la presenza dell’uomo.

A me il sole rovina le mani
il viso, produce altra sete,
mi fa dentro il deserto.

Sono uno stelo arso
un albero bruciato
in mezzo a una brughiera:
almeno sul ramo più scarno
una cicala cantasse!