Premessa: so perfettamente a cosa vado incontro scrivendo questo articolo, ho già comprato un giubbotto anti-proiettile da tenere sempre sotto il maglione e ho formalmente mandato richiesta allo stato per avere almeno due persone che possano farmi da scorta. Al di là degli scherzi è bene specificare fin da subito che il titolo, come la maggior parte dei miei articoli, altro non è che una provocazione ed una riflessione su un altro tipo di ragionamento. Che si evince nella società odierna una certa supremazia dell’uomo sulla donna ahimè è vero, che questa supremazia non si combatta con *, æ e u è altrettanto vero.
Parto da un’affermazione della cantante Giorgia quando le viene fatto notare che nella top five di Sanremo non era presente nemmeno una donna:
Arriveremo ad un punto in cui non si deve più notare se c’è o non c’è una donna. Se dobbiamo sottolinearlo, il problema c’è. La normalità sarà non stupirsi più. Bisogna lavorare sulla mentalità dei piccoli.[1]
Questa affermazione mi ha fatto molto riflettere perché innanzitutto mi sembra molto vera; fino a quando dovremmo sottolineare la mancanza o meno di una donna in un concorso canoro, in cui ricordiamolo non conta il genere del cantante ma la canzone, allora vuol dire che il problema c’è e sussiste; la pretesa che ci sia una donna in una gara solo perché è donna, secondo il modesto parere di chi scrive, svilisce le lotte e le conquiste (seppur alle volte piccole) fatte in questi secoli; insomma parafrasando una frase che una volta lessi si potrebbe dire che nella grande lotta per l’equità non si può non considerare, una volta ottenuta, anche la possibilità di perdere. Ma tutto questo che c’entra con il patriarcato? Andiamo con ordine.
Il termine “patriarcato” deriva dal greco ed è formata da due parole: Pater (padre, ma non solo infatti significa anche protettore) e Archè (comando, dominio) con patriarcato i greci facevano riferimento a colui che difendeva la sua famiglia; quindi con la parola patriarcato si fa riferimento ai padri non ai maschi;[2] poi, soprattutto a partire dal XX secolo con la lotta femminista si è voluto molto più accentuare il divario di genere. Però di per sé usando la parola patriarcato noi affermiamo la custodia o il comando del padre sulla e per la famiglia.
Qui sta tutto il nocciolo della questione (e del titolo provocatorio); se c’è una figura che oggi è totalmente in crisi ed assente nella nostra società è proprio il padre:
Tante le problematicità cui rimanda l’assenza della figura paterna nelle varie fasi di sviluppo del figlio. Pertanto risulta sempre più importante porre l’accento su quelle che possono essere le conseguenze di un processo de-privativo a carico del minore. Per Donald Winnicott la deprivazione comporta nel minore una rottura a livello psicologico che coinvolge la struttura ambientale che lo circonda producendo ripercussioni sullo sviluppo emozionale.[3]
Se c’è un mestiere che oggi fatica sempre di più è proprio il “mestiere” del padre; abbiamo un estremo bisogno di padri, di gente che non si tiri indietro, di persone che ci aiutino a far uscire tutta la bellezza che portiamo dentro. Siamo passati da il papà spauracchio “questa sera lo dico a papà e vedi cosa ti succede” al padre assente, non sa dove collocarsi, quando c’è lascia fare alla moglie.
L’equivoco è credere che, se viene eliminata la figura del pater familias, si ottenga un’organizzazione famigliare non verticistica, orizzontale e democratica. Ciò non è vero, perché la figura del pater familias rimane, soltanto che viene assunta e riproposta in altra forma dalla madre. Involontariamente, la madre combina con disinvoltura una serie discreta di disastri. Intanto crede che il pater familias svanisca come neve al sole perché è arrivato il caldo della primavera […] La madre, nel sostituirsi, più o meno sommessamente, più o meno intelligentemente, al padre non pensa affatto di sostituirlo. Crede di fare la madre, e invece fa la madre e il padre insieme. Male. Come se si potesse suonare contemporaneamente il violino e il contrabbasso.[4]
Il patriarcato non esiste più perché non esiste più il padre, questa figura evanescente, indaffarata quando va bene nel far quadrare i conti. Il rapporto padre-figlio gioca un ruolo decisivo nello sviluppo dei bambini e in generale influenza la stessa maturazione individuale del bambino. L’assenza o la presenza negativa di questo legame sicuramente è da collocarsi allo stesso livello del legame madre-figlio.
Oggi molti fanno e hanno preso il posto dei padri ma per quanto surrogati e sostituti ci possono essere il padre non è sostituibile, non è negoziabile; se la madre, e quindi la donna, c’insegna a fare tesoro di ciò che cogliamo all’esterno per interiorizzarlo, il padre è quel tassello che ci aiuta ad esternare ciò che vive e germoglia nel nostro intimo; con la madre vi è una relazione affettiva costituita da un legame biologico, il padre c’insegna che i legami vanno costruiti, vanno custoditi e curati.
Ma perché scrivere un articolo del genere proprio nel giorno di San Giuseppe? Credo che non sia un caso che la festa del papà coincida con la festa di san Giuseppe, egli è modello della figura paterna, come dice Rosini in un suo bellissimo libro San Giuseppe c’insegna ad accogliere, custodire e nutrire.[5] San Giuseppe diventa figura di un padre che non scappa, di un padre presente anche quando non comprende, anche quando non capisce perché la vita intrinseca di tutto il suo mistero alle volte non permette di comprendere tutto; ma un padre non deve comprendere; una scelta non può essere fatta aspettando che sia stato tutto compreso, altrimenti non sceglieremo mai nella nostra vita; un padre deve accompagnare alla vita, un accompagnamento che non è mai sostituzione, che non pesa ma che è capace anche di farsi da parte affinché “lui deve crescere; io, invece, diminuire”[6]; la meta dell’educazione d’altronde è proprio questa: l’autonomia, non essere inutile ma diventarlo.[7] Lo stesso Papa Francesco ci dice che essere padre significa introdurre all’esperienza della vita, non trattenere ma rendere capaci di scelte, di libertà e di partenze.[8]
Una società senza il padre grida a tutto il mondo (e che ne dicano altri) che non basta nascere da una madre, ci vuole un padre che ti accoglie, che ti prende con sé; Dio ha voluto che Gesù crescesse con un padre terreno, mostrando così il valore della paternità umana. Anche se era il Figlio del Boss, anche se è la seconda persona della Trinità ha avuto bisogno di Giuseppe, un uomo che non dice una parola nel Vangelo, ma che è capace di esprimere sogni e angosce, capace di prendere la sua famiglia e partire per l’Egitto e poi ritornare, capace d’insegnare il suo mestiere al piccolo Gesù.
No, il patriarcato non esiste, e il mondo grida la necessità di avere un padre, non padri che si mescolano tra la folla, ma un padre. San Giuseppe non si è confuso, non si è disinteressato, non si è limitato a fare ciò che fanno i padri, ma è stato padre fino alla fine, fino all’ultimo; perché un padre fa proprio questo, c’è, fino all’ultimo, anche in secondo piano ma c’è non se ne va! Chiediamo al buon San Giuseppe che ci aiuti ad avere e a diventare Padre.
P.s. Consiglio per l’ascolto: in questi giorni è uscita una nuova canzone di Pierdavide Carone che si chiama “Non ce l’ho con te”, credo che il cantautore molto sapientemente ripercorrere alcune vicende familiari ma soprattutto parla di un elemento fondante per la famiglia in genere: il perdono.
[1] continua su: https://www.fanpage.it/spettacolo/programmi-tv/giorgia-sullassenza-di-donne-tra-i-primi-5-in-classifica-a-sanremo-se-dobbiamo-sottolinearlo-il-problema-ce/
[2] Cfr https://www.etimo.it/?term=patriarca
[3] https://aipgitalia.org/figura-genitoriale-paterna-e-danno-da-deprivazione/
[4] S. Zecchi, Dopo l’infinito cosa c’è, papà?, Mondadori, Milano 2013, 87.
[5] F. Rosini, San Giuseppe, San Paolo Edizioni, Milano 2021.
[6] Gv 3,30
[7] cfr F. Rosini, San Giuseppe, San Paolo Edizioni, Milano 2021, 145.
[8] Cfr Lettera Apostolica, Patris Cortde, n.7